[NIGERIA/ITALIA] #BringBackOurGirls ? Si, ma #Don’tDeportAllTheOthers

(PUBBLICATO SU DINAMO PRESS)
La campagna mediatica per la liberazione delle ragazze nigeriane rapite da Boko Haram mostra l’ipocrisia delle istituzioni e di buona parte della società civile. Mentre l’hashtag esplodeva in Italia 40 cittadini nigeriani venivano rimpatriati dai Cie di Roma e Torino. Stessa sorte che tocca alle donne vittime di tratta, il 90% delle quali nigeriane.

Ormai da diversi giorni, intorno all’hashtag #BringBackOurGirls si è scatenata una campagna mediatica internazionale per chiedere la liberazione delle circa 200 ragazze nigeriane rapite il 29 aprile dal gruppo armato Boko Haram. La mobilitazione virtuale è stata lanciata da Malala Yousafzai, studentessa e attivista pakistana di soli 17 anni, impegnata nella lotta per i diritti civili e in particolare per quello all’istruzione. L’hashtag ha assunto rilevanza mondiale grazie ai selfie di migliaia di persone comuni (prontamente raccolti nelle gallerie fotografiche dei principali giornali) e soprattutto di centinaia di personaggi di grande fama: politici di diverso calibro, attori, musicisti, personaggi dello spettacolo e persino Michelle Obama si sono (auto)ritratti con facce preoccupate sopra cartelli riportanti la scritta #BringBackOurGirls.

La campagna ha avuto il merito di portare all’attenzione di tutto il mondo un episodio così drammatico, taciuto totalmente per 15 giorni da tutti i media internazionali e apice di una situazione di conflitto generalizzata che viene ignorata sistematicamente da anni. Un’attenzione comunque non slegata dalle mire statunitensi sulla Nigeria, che i twitters più critici hanno prontamente ribaltato in una campagna contro i droni targati U.S.A.

Al di là delle buone intenzioni e della sensibilità di alcuni, è impossibile non notare la sagra dell’ipocrisia che intorno all’hashtag è stata accuratamente apparecchiata.

Per esempio, ci sarebbe da chiedersi se tutte queste “star” che si sono affrettate a twittare i loro selfie con i cartelli in mano lo abbiano fatto più per le ragazze rapite o per la loro stessa immagine pubblica. Ma la domanda sarebbe retorica, quindi evitiamo di porcela.

Altrettanto interessante sarebbe andare a vedere quanti di quei perbenisti che si sono auto-immortalati in pose preoccupate siano anche frequentatori abituali delle strade in cui finiscono a prostituirsi moltissime vittime di tratta, fenomeno che riguarda in maniera dilagante una grande percentuale delle ragazze che dalla Nigeria arrivano in Europa (e ovviamente non stiamo parlando qui del sex work come scelta e pratica di autodeterminazione, ma dello sfruttamento e delle nuove forme di schiavismo in cui le reti di trafficanti costringono migliaia di donne migranti).

Ci sarebbe poi da esaminare il modo in cui i media mainstream hanno immediatamente declinato il tutto in chiave islamofobica, evitando rigorosamente di parlare delle reali cause economiche e politiche che producono e sostengono organizzazioni armate come Boko Haram. Cause che affondano le radici nel processo di decolonizzazione e nelle persistenti disuguaglianze che affliggono la Nigeria, paese ricco di petrolio e delle attenzioni di diverse multinazionali, ma estremamente povero di democrazia e giustizia sociale. Tale situazione è stata ricordata nel dettaglio dalla scrittrice nigeriana Chibundu Onuzo, che, rivolgendosi al presidente del suo Paese dalle colonne di The Guardian, ha integrato la richiesta virale di “bring back” con contenuti economici e politici, concludendo il suo articolo così: “Bring back our girls. Bring back our money. Bring back our country”.

Più di tutte queste cose, però, è un altro l’elemento che risulta maggiormente ipocrita e disgustoso a noi che siamo allo stesso tempo lavoratori nell’ambiguo campo del terzo settore e militanti nelle battaglie per la libertà di movimento e contro la detenzione dei cittadini stranieri. Non tutti forse sanno che in Italia e in Europa esistono dei lager dove migliaia di ragazze nigeriane sono detenute senza aver commesso alcun reato in attesa di essere “brought back” in Nigeria. Gli stessi che si sono “affrettati” ad indignarsi per questo rapimento avvenuto a migliaia di km di distanza, sanno che nel CIE di Ponte Galeria, alle porte di Roma, la maggior parte delle donne rinchiuse vengono proprio da quel Paese?

Oggi in Italia migliaia di donne della stessa nazionalità delle ragazze rapite sono, o rischiano di essere, vittime di una doppia tratta: la prima, organizzata dalle reti criminali dei trafficanti, che le costringono a subire violenze e abusi già prima di partire, per disciplinare meglio i loro corpi, o durante il viaggio, spesso durante il soggiorno forzato in Libia, per fornire un anticipo su un viaggio che a causa delle frontiere degli stati europei è illegale e quindi aumenta vertiginosamente di prezzo; la seconda, la tratta organizzata e gestita direttamente dallo Stato, articolata in un percorso che ha alcune tappe fisse: fermo in strada, richiesta dei documenti, trasferimento al CIE, deportazione in Nigeria.

Alle donne vittime del racket della prostituzione (in Italia, quelle di nazionalità nigeriana costituiscono il 90% delle donne coinvolte in questo “mercato”) e ai migranti forzati in fuga da una situazione di crisi umanitaria, il nostro Paese (come altri) non solo non riconosce la protezione internazionale che spetterebbe loro, ma mette in atto sistematicamente detenzioni amministrative ed espulsioni.

Infatti, seppure il fenomeno di Boko Haram sia ben conosciuto a livello internazionale da tempo (nasce alla fine degli anni ‘90) il tasso di dinieghi ai danni dei cittadini nigeriani da parte delle Commissioni Territoriali (incaricate di esaminare le richieste di asilo delle persone in fuga dal proprio Paese) è vertiginoso: nell’anno 2012, la Nigeria era al primo posto sia per numero di domande (13%) sia per numero di dinieghi registrati (1.850)1.

Stessa sorte per le donne vittime di tratta a scopo sessuale che, se possono godere da un lato dei limitati benefici dell’unico strumento normativo a loro tutela presente in Italia (art.18 della L.286/98), vengono continuamente diniegate in sede di Commissione e spesso espulse.

Proprio ieri, mentre l’hashtag continuava a circolare, oltre 40 cittadini nigeriani sono stati deportati: una trentina dal CIE di Torino e poco più di dieci da quello di Roma.

#BringBackOurGirls allora? Sì, ma #Don’tDeportAllTheOthers.

di Giansandro (ESC Infomigrante); Rosa (Terrain Vague)

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