ITALIA “Io, scafista della morte” FR “Moi, trafiquant d’hommes”

IT/FR

(publicato su l’Espresso)

“Io, scafista della morte”

Ecco come funziona il lucroso traffico di esseri umani. Che lucra sulla speranza di chi cerca di scappare dalla guerra o dalla povertà. Una mafia che si infiltra nei campi profughi turchi e libanesi, controllando le rotte che risalgono il deserto del Sahara

di Fabrizio Gatti

Il mio primo scafista l’ho incontrato una decina di anni fa a Chaffar, vicino a Sfax in Tunisia. Se ne stava seduto sulla spiaggia all’ombra di un barcone di legno, come il pescatore di Fabrizio De André. Il comandante Khaled, 27 anni, aveva gli avambracci sfregiati di certi ex detenuti di lungo corso, maglietta rossa, bermuda e grosse scarpe da ginnastica. Ha cominciato a fidarsi di me, quando ha scoperto che ero stato rinchiuso come lui nel centro di detenzione per stranieri in via Corelli a Milano. Io come giornalista infiltrato. Lui come criminale senza documenti. È così che per alcuni giorni sono diventato il suo autista personale. Khaled faceva rubare i pescherecci e li caricava di passeggeri: arabi disoccupati, esuli eritrei, oppure liberiani e somali in fuga dalla guerra civile. Li aveva portati tre volte attraverso il mare, fino alla Sicilia. Ma ora che era diventato un comandante, cioè colui che da terra organizzava le partenze, non sapeva guidare l’auto. Così accompagnandolo nelle sue faccende ho potuto osservare, seduto al volante, la giornata tipo di un trafficante di uomini. Tempo dopo altri scafisti se ne stavano agli arresti domiciliari a Lampedusa, nel recinto di filo spinato che ora non c’è più accanto all’aeroporto, dove eravamo tutti detenuti. Cherriere, era il suo soprannome, parlava cinque lingue. Diceva di essere tunisino, ma aveva la faccia da turco e una lunga carriera fin dai tempi in cui erano i curdi della Turchia ad approdare in Italia. Sherif il siriano, magro, alto, baffetti biondi, rispondeva alle domande soltanto in arabo. Come il suo collega partito da Rosetta, sul Delta del Nilo. Un egiziano al terzo sbarco in pochi mesi. Di lui però non trapelava molto. L’hanno lasciato andare via, chissà perché, in meno di ventiquattro ore. Trasferito in aereo a Crotone. E poi sparito. Con il suo zainetto pieno di soldi. Cinquemila euro in contanti. La paga per traghettare un carico di anime verso il paradiso.

Da quell’inchiesta de “l’Espresso” sono passati anni. L’Africa al di là del Mediterraneo non è più la stessa. Ma tra gli scafisti di allora e Khaled Ben Salem, 35 anni, anche lui tunisino di Sfax, arrestato con l’accusa di essere il capitano della strage del 3 ottobre a Lampedusa, nulla è cambiato. A occuparsi del futuro di profughi, esuli, emigranti sono sempre loro. Soprattutto loro. Emissari dell’unica agenzia internazionale presente ovunque, anche in Italia. L’unica in grado di offrire una rapida via d’uscita a quanti hanno avuto la vita devastata dalla guerra, da un regime o semplicemente dalla povertà: purché i loro clienti e i loro familiari in Europa o in America siano in grado di pagare. La mafia dei trafficanti ha tentacoli fin dentro i campi profughi turchi e libanesi. Riesce a gestire i vergognosi centri di detenzione libici. Controlla attraverso una rete di organizzazioni autonome le rotte che risalgono il deserto del Sahara e che ora partono pure dalla Siria.

Nell’assenza totale di corridoi umanitari e di interventi adeguati alle crisi in corso, questa mafia è la sola risposta alle necessità individuali che centinaia di migliaia di persone affrontano al di là del mare. Necessità che l’Unione Europea e i suoi singoli Stati membri non hanno voluto o potuto soddisfare nel tempo: nonostante le denunce sulle violenze sistematiche contro le donne in Libia o sui profughi sequestrati e uccisi nel Sinai egiziano per l’espianto di organi. Ecco perché ogni notte autunnale, prima delle burrasche dell’inverno, in migliaia tentano ancora una volta di raggiungere l’Europa illegalmente. Del resto, alternative legali altrettanto rapide non ce ne sono.

Da allora anche il prezzo è più o meno lo stesso. L’incasso dei trafficanti: dai millecinquecento dollari americani pagati nel 2003 dai liberiani ai milleseicento versati dai profughi saliti sul peschereccio di Khaled Ben Salem. Una barca fin troppo carica, quella della strage. Quando la notte di giovedì 3 ottobre dal ponte avvistano le prime luci italiane, a bordo ci sono lo scafista (sopravvissuto), il suo giovane aiutante tunisino (morto), sette etiopi (morti), due sudanesi (uno sopravvissuto, l’altro morto) e 507 eritrei (153 sopravvissuti, 354 morti). Tra gli eritrei, sedici sono bambini dai 3 ai 6 anni (morti), una decina di mamme in dolce attesa (morte), un centinaio di donne (solo quattro sopravvissute), il resto quasi tutti ragazzi. La più grande tragedia di Lampedusa: 518 a bordo, 363 annegati, 155 salvati. E non è nemmeno la più grave lungo la frontiera del Mediterraneo.

Soltanto dai passeggeri di questo peschereccio i trafficanti in Libia hanno guadagnato oltre mezzo milione di euro. Tutti in una sola notte, con una sola spedizione. Il conto è semplice. Nei colloqui con Alganesh Fessaha, che con la sua associazione “Gandhi” da anni assiste la diaspora eritrea, i sopravvissuti confermano di avere pagato milleseicento dollari americani a testa. Il prezzo della libertà. Fanno 825 mila dollari di incasso. Lo scafo, se non è stato rubato, dev’essere costato non più di ventimila dollari al mercato dell’usato. Aggiunte le somme per la nafta, il trasporto dei passeggeri con i camion, qualche tangente lungo il percorso e il compenso per Ben Salem e il suo giovane aiutante, non si dovrebbero superare i 35 mila dollari. Tolte le spese, di questa strage restano nelle tasche dei trafficanti 790 mila dollari puliti. Al cambio, quasi seicentomila euro.

Gli scafisti come Khaled Ben Salem appartengono al livello più basso dell’organizzazione. «I trafficanti, quelli che contano davvero, non salgono mai a bordo», dice l’avvocato Leonardo Marino di Agrigento. Marino è riuscito a far assolvere dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina cinque marinai e i due comandanti tunisini di due pescherecci. Li avevano arrestati nel 2007 e processati per aver condotto a Lampedusa, il porto più vicino, 44 stranieri raccolti al largo. Una vicenda che ha lasciato il segno nei comportamenti in mare: anche se un articolo della legge sull’immigrazione tutela il soccorso, da allora sono numerosi i casi in cui i migranti alla deriva vengono ignorati dagli equipaggi in transito. Nessun avviso ai naviganti ha invece spiegato che dopo quella vicenda lo Stato italiano, per colpa dell’applicazione errata delle norme da parte dei suoi magistrati, ha dovuto risarcire i marinai tunisini con novemila euro ciascuno, per i cinquanta giorni di ingiusta detenzione.

Le procure, come in questo caso, hanno spesso applicato con troppa leggerezza l’articolo che configura il reato di associazione a delinquere finalizzato all’immigrazione illegale. Anche quando si trattava di profughi costretti a guidare la loro barca perché, al momento della partenza in Libia o in Egitto, non era salito a bordo nessuno scafista. Così la Corte di Cassazione ha stabilito che in queste circostanze gli indagati non devono essere sottoposti a custodia cautelare. Una battaglia legale sostenuta e spiegata sul blog meltingpot.org da Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo all’università di Palermo. L’ordinanza della Cassazione ha evitato che decine di esuli venissero trattenuti in carcere come boss mafiosi. Ma ha inevitabilmente favorito la fuga e il ritorno al di là del mare di qualche scafista. Tra questi, secondo la squadra mobile di Agrigento, proprio Khaled Ben Salem, che sarebbe già sbarcato in aprile al timone di un barcone con 250 passeggeri. L’avevano identificato e semplicemente rimpatriato. Un arresto in più o in meno comunque non ha nessuna influenza sugli affari dei trafficanti. Più scorre il sangue nel mondo, più loro hanno profughi da traghettare. Come diceva il comandante di Chaffar: «Noi continuiamo a lavorare. Finché marocchini, tunisini, africani pagano per partire, noi siamo qui ad aspettarli».

La prima notte in cui sta navigando ignaro verso la strage, Khaled Ben Salem sicuramente sa che sarà una traversata difficile. Dopo due ore, è ancora sotto costa. Lo chiamano al telefono e lo fanno fermare. È troppo carico e la prua non riesce nemmeno a farsi largo nelle onde. Uno scafista è solo uno scafista. Non può lamentarsi con chi ha organizzato il viaggio per la presenza di troppi passeggeri. Sono i libici ad accorrere in suo aiuto. Mandano un gommone. Uno di quelli usati ore prima per trasbordare i profughi dalla spiaggia al peschereccio che li aspettava in acque profonde. Fanno sbarcare venticinque eritrei e li riportano a terra. Senza sapere di averli probabilmente salvati.

La destinazione, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, è la Sicilia. Così hanno promesso i trafficanti nelle notti di attesa quando gli eritrei sono stati ammassati in due magazzini. Ben Salem forse pensa di non farcela. E punta su Lampedusa. Dev’essere un marinaio esperto. Non è facile centrare un francobollo sperduto in mezzo al mare. Ma non perde la rotta. Il problema è ciò che accade dopo. Lo scafista non è una guida turistica. È un criminale. E lui, per prendere tempo e potersi nascondere dopo lo sbarco, chiede a tutti di buttare i loro cellulari in acqua. Vuole evitare che qualcuno telefoni dalla barca. I passeggeri si devono fidare. Non hanno alternative. Le luci di Lampedusa sono lì davanti. Sono arrivati, ormai. Tutti eseguono l’ordine e lanciano in mare l’unico contatto con il resto del mondo. L’ultima possibilità che ancora avevano di dare l’allarme. Khaled Ben Salem vuole anche che alcuni ragazzi più giovani stiano vicino a lui. In modo da far sembrare loro gli scafisti. Sembra conoscere tutti i trucchi per farla franca. Il resto, il motore spento, la coperta incendiata per segnalare la posizione, la nafta in fiamme, il panico, il capovolgimento sono l’ennesima dimostrazione della follia con cui il mondo non si occupa dei profughi.

Anche Muhamed Arafat, 33 anni, e Muhmed Fakhri, 28, tutti e due egiziani, sono finiti in carcere. Loro sono gli scafisti dello sbarco di poche ore prima. Quello a Scicli, provincia di Ragusa: 13 eritrei morti, 161 connazionali arrivati a riva, qualcuno fuggito, cinque siriani scambiati per trafficanti, arrestati e scarcerati dal giudice. E quell’immagine raccontata da un testimone che passeggiava sul lungomare: la visione di un uomo che con una corda frusta i compagni di viaggio per buttarli in acqua. Quell’uomo, come ha accertato la procura di Ragusa, non era lo scafista. Era uno degli eritrei a bordo, ma non è stato identificato. La storia di Arafat e Fakhri però è molto diversa da quella di Ben Salem. Al pubblico ministero, Serena Menicucci, e all’avvocato, Giorgio Terranova di Catania, raccontano di aver guidato il barcone per ottenere uno sconto sul viaggio: 500 dollari invece dei soliti 1.600. Se ne sono andati dall’Egitto dopo il caos, il golpe, gli scontri in piazza. Arafat se ne intende un po’ di motori e si offre come meccanico di bordo. Ma Fakhri come timoniere non sa da dove si comincia. Una sera i libici lo prendono in disparte e gli spiegano come si usa il gps portatile. Sul piccolo schermo c’è una riga luminosa da seguire. Come fosse una strada, gli dicono, lì in fondo vedrai la Sicilia. Anche il loro grosso barcone è sovraccarico. Dalla spiaggia l’hanno riempito con tre viaggi di gommone. Il motore si surriscalda. I libici hanno detto di farlo raffreddare. Si devono fermare tre volte durante la traversata. Momenti di silenzio con le onde che scavalcano la fiancata. Succede anche quando qualcuno butta un sacchetto di plastica in mare. Il cellophane viene aspirato dal bocchettone di raffreddamento. Fakhri si tuffa con un coltello a tagliare il tappo che li avrebbe trasformati in naufraghi alla deriva. Risale imprecando. Dice agli altri di stare più attenti. Hanno provviste. Hanno acqua per tutti. Il clima a bordo torna sereno. Fino alla secca di Scicli, pieno giorno, cinquanta metri dalla spiaggia di Sampieri. Lo scafo si incaglia. Fakhri si tuffa. Tocca, l’acqua gli arriva al bacino. Si buttano gli altri. Le onde sono alte. È solo una secca. Il mare intorno è profondo. Alcuni riescono ad arrivare alla spiaggia da soli. Scappano. Uno viene investito da un’auto pirata. Molti vengono salvati da un bagnino, Alberto Proietto e dal maresciallo dei carabinieri, Carmelo Floridia. Ma i due soccorritori non riescono a prenderli tutti. Tredici ragazzi eritrei annegano davanti a loro. La prima linea del mare. Come raccontava Tiziano Terzani dal fronte cambogiano: salvandoli, hanno deciso chi doveva vivere e chi morire.

16 ottobre 2013

FR

(tradution du Courrier International)

Moi, trafiquant d’hommes

Les passeurs, qui font transiter les immigrés sur des embarcations de fortune lancées en Méditerranée, ne sont qu’un maillon d’un vaste et lucratif trafic d’êtres humains. L’enquête du journaliste et écrivain italien Fabrizio Gatti, spécialiste du sujet.

J’ai rencontré mon premier passeur il y a une dizaine d’années à Chaffar, près de Sfax en Tunisie. Il était assis sur le plage à l’ombre d’une grande barque en bois. Le commandant Khaled, 27 ans, avait des avant-bras balafrés d’ex-détenu au long cours, un t-shirt rouge, un bermuda et de grosses baskets.

Il a commencé à me faire confiance quand il a découvert que j’avais été enfermé comme lui dans le centre de détention pour étrangers de la rue Corelli à Milan. Moi en tant que journaliste infiltré. Lui en tant que criminel sans papiers. C’est ainsi que je suis devenu pour quelques jours son chauffeur personnel. Khaled chargeait des passagers sur des chalutiers volés : des Arabes au chômage, des Erythréens exilés, ou encore des Libériens et Somaliens fuyant la guerre civile. Après avait fait trois fois le voyage sur la mer, jusqu’en Sicile, il était devenu “commandant” : celui qui reste à terre pour organiser les départs. Mais il ne savait pas conduire. En l’accompagnant, j’ai pu observer, assis au volant, la journée-type d’un trafiquant d’hommes.

Plus tard, en détention provisoire à Lampedusa, je fis la connaissance d’autres passeurs derrière la clôture de fils barbelés aujourd’hui disparue où nous étions tous parqués, à côté de l’aéroport. Cherriere, c’était son surnom, parlait cinq langues. Il se prétendait tunisien mais avait l’air turc, et sa longue carrière remontait aux premiers temps de l’arrivée des kurdes de Turquie en Italie. Sherif le Syrien, grand, maigre, moustaches blondes, ne répondait aux questions qu’en arabe. Rien ne transpirait sur son compte. Ils l’ont laissé s’en aller, allez savoir pourquoi, en moins de vingt-quatre heures. Transféré par avion à Crotone avant de disparaître, avec sa sacoche pleine d’argent. Cinq mille euros en liquide. La récompense pour avoir convoyé une cargaison d’âmes vers le paradis.

Un vaste réseau mafieux

Les années ont passé depuis mon enquête de l’Espresso. L’Afrique au-delà de la Méditerranée n’est plus la même. Mais entre les passeurs d’alors et l’arrestation de Khaled Ben Salem, 35 ans, lui aussi tunisien de Sfax, accusé d’être le capitaine du désastre du 3 octobre à Lampedusa, rien n’a changé. Eux seuls s’occupent du sort des réfugiés, des exilés, des émigrés. Personne d’autre. Émissaires de la seule agence internationale présente partout, même en Italie. La seule capable d’offrir une échappatoire à tous ceux dont la vie a été dévastée par la guerre, par un régime ou simplement par la pauvreté : pourvu que leurs clients et leurs parents d’Europe ou d’Amérique soient en mesure de payer. La mafia des trafiquants étend ses tentacules jusque dans les camps de réfugiés turcs et libanais. Elle réussit à gérer les lamentables centres de détention libyens. Elle contrôle à travers un réseau d’organisations autonomes les routes qui remontent le désert du Sahara et partent désormais de Syrie aussi. Cette mafia profite de l’absence totale de couloirs humanitaires et d’interventions à la hauteur des crises en cours. Elle est devenue le seul remède aux maux de milliers de personnes.

1200WebLampedusa.jpgEntre-temps les prix, et les recettes des trafiquants, sont restés plus ou moins les mêmes. De 1500 dollars déboursés en 2003 par les Libériens à 1600 dollars versés par les réfugiés embarqués sur le chalutier de Khaled Ben Salem. Un bateau, le bateau du drame, plein à ras bords. Quand la nuit du jeudi 3 octobre les premières lumières italiennes apparaissent, se trouvent à bord : le passeur (rescapé), son jeune second tunisien (mort), sept Ethiopiens (morts), deux Soudanais (un rescapé, l’autre mort) et 507 Érythréens (153 rescapés, 354 morts). La majorité des Érythréens sont de jeunes hommes, le reste est composé de 16 enfants de 3 à 6 ans (morts), d’une dizaine de futures mamans (mortes) et d’une centaine de femmes (dont seulement quatre rescapées). 518 passagers, 363 noyés, 155 survivants : la plus grande tragédie de Lampedusa mais pas la plus grave le long des frontières de la Méditerranée.

600 000 euros dans la poche des trafiquants

Les trafiquants en Libye ont encaissé plus d’un demi-million d’euros uniquement grâce aux passagers de ce chalutier. Tout ça en une seule nuit, en une seule expédition. Les comptes sont vite faits. Dans leurs entretiens avec Alganesh Fessaha, dont l’association Gandhi vient en aide à la diaspora érythréenne depuis des années, les rescapés confirment avoir payé 1600 dollars américains par personne. Le prix de la liberté. Ce qui fait 825 000 dollars de recette.

Le rafiot, à moins qu’il n’ait été volé, ne doit pas avoir coûté plus de 20 000 dollars sur le marché de l’occasion. 35 000 dollars maximum en incluant les réserves de fioul, le transport en camion des passagers, quelques pots-de-vin à droite à gauche, plus la rémunération de Ben Salem et de son jeune second. Ce massacre aura rapporté 790 000 dollars nets, frais compris, dans les poches des trafiquants. Soit l’équivalent de presque 600 000 euros.

Les passeurs comme Khaled Ben Salem se situent au plus bas niveau de l’organisation. “Les trafiquants, ceux qui comptent vraiment, ne montent jamais à bord”, explique l’avocat Leonardo Marino, d’Agrigente (Sicile). Marino a réussi à obtenir l’acquittement de deux commandants tunisiens de chalutier et leurs cinq marins, accusés de complicité d’immigration clandestine. Ils avaient été inculpés en 2007 pour avoir acheminé à Lampedusa, le port le plus proche, 44 étrangers recueillis au large. Une affaire qui a laissé des traces sur les comportements en mer : les cas de migrants à la dérive ignorés par les équipages en transit se sont depuis multipliés, même si un article de la loi sur l’immigration exonère les secours de toute poursuite. Aucun avis aux navigateurs n’a par contre expliqué qu’à la suite de cette affaire l’État italien a du indemniser les marins tunisiens à hauteur de 9000 euros chacun pour les cinquante jours de détention injustifiée, à cause d’une application erronée de la loi.

“Plus le sang coule, plus il y a de réfugiés à convoyer”

Les parquets, comme dans ce cas, ont souvent appliqué à la légère l’article qui punit le délit d’association de malfaiteurs à des fins d’immigration clandestine. Même quand il s’agissait de réfugiés forcés de piloter eux-mêmes leur bateau, puisqu’aucun passeur n’était monté à bord au moment du départ en Libye ou en Égypte. La Cour de cassation a ainsi établi que dans ces circonstances, les inculpés ne doivent pas être placés en garde à vue. Une bataille légale soutenue et expliquée sur le blog meltingpot.org par Fulvio Vassallo Paleologo, professeur de droit d’asile à l’université de Palerme.

L’arrêt de la Cour de cassation a empêché que des dizaines d’exilés soient jetés en prison comme de vulgaires mafieux. Mais il a inévitablement facilité la fuite et le retour sur l’autre rive de quelques passeurs. Entre autres, selon la patrouille mobile d’Agrigente, le fameux Khaled Ben Salem, qui, en avril dernier, aurait déjà débarqué une embarcation de 250 passagers. Il avait été identifié et tout simplement rapatrié. Son arrestation n’aurait de toute façon eu aucune incidence sur les affaires des trafiquants. Plus le sang coule de par le monde, plus ils ont de réfugiés à convoyer. Comme disait le commandant de Chaffar : “Tant que des Marocains, des Tunisiens, des Africains paieront pour partir, on sera là à les attendre.”

Dès la première nuit de navigation, ignorant tout encore du futur carnage, Khaled Ben Salem sait sûrement que la traversée sera compliquée. Après deux heures sur la mer, il est toujours en zone côtière. On lui ordonne par téléphone de s’arrêter : la proue ne réussit même pas à fendre les vagues, le bateau est trop chargé. Un passeur n’est qu’un passeur. Il ne peut pas se plaindre du trop-plein de passagers auprès de ceux qui ont organisé le voyage. Ce sont les Libyens qui accourent à son aide. Ils envoient un canot pneumatique, un de ceux utilisés quelques heures plus tôt pour transborder les réfugiés de la plage au chalutier qui les attendait en eaux profondes. Ils font débarquer 25 Érythréens et les ramènent à terre. Sans savoir qu’ils viennent probablement de leur sauver la vie.

Les portables jetés à la mer

La destination, selon le témoignage des survivants, devait être la Sicile. C’est en tout cas ce que les trafiquants ont promis aux Érythréens. Peut-être Ben Salem pense-t-il ne pas y arriver. Et braque sur Lampedusa. Ce doit être un marin expérimenté. Pas facile d’atteindre ce confetti perdu au milieu de la mer. Pourtant il ne perd pas le cap. C’est alors que les ennuis commencent. Le passeur n’est pas un guide touristique, mais un criminel. Et lui, pour gagner du temps et pouvoir se cacher après les événements, demande de jeter tous les portables par dessus bord. Il préfère éviter que qui que ce soit téléphone du bateau.

Les passagers doivent lui faire confiance. Ils n’ont pas d’autre alternative.

Les lumières de Lampedusa sont en vue. Ils sont arrivés, ou presque. Tous obtempèrent et lancent à la mer leur seul contact avec le reste du monde. Leur dernière possibilité de donner l’alerte. Khaled Ben Salem réclame aussi que quelques jeunes garçons se placent à ses côtés. Afin de les faire passer pour des passeurs. Il semble connaître tous les trucs pour s’en tirer. Le reste, le moteur éteint, la couverture enflammée pour signaler la position, le fioul qui prend feu, la panique, le chavirage sont l’énième démonstration de la folie d’un monde qui ne se soucie guère des réfugiés.

Muhamed Arafat, 33 ans, et Muhmed Fakhri, 28 ans, Égyptiens tous les deux, ont également fini en prison. Ce sont les passeurs du débarquement survenu quelques jours plus tôt à Scicli, dans la province de Raguse : 13 Érythréens morts, 161 de leurs compatriotes rescapés, un ou deux fugitifs, cinq syriens, pris pour des trafiquants, arrêtés puis libérés par le juge. Et ce témoignage d’un promeneur : la vision d’un homme qui fouette avec une corde ses compagnons de voyage pour les jeter à l’eau. Cet homme, comme l’a confirmé le parquet de Raguse (Sicile), n’était pas le passeur. C’était un des Érythréens, qui n’a pu être identifié.

Moteur en surchauffe

Le récit de Muhamed Arafat et Fakhri est pourtant très différent de celui de Ben Salem. Ils ont raconté au procureur général Serena Menicucci et à l’avocat Giorgio Terranova, de Catane, avoir piloté le bateau en échange d’une ristourne sur le voyage : 500 dollars au lieu des 1600 habituels. Ils ont quitté l’Égypte après le chaos, le coup d’État et les émeutes. Muhamed Arafat s’y connaît un peu en moteur et s’est proposé comme mécanicien de bord. Mais Fakhri n’a pas la moindre expérience à la barre. Un soir les Libyens le prennent à part pour lui expliquer comment se servir d’un GPS portable. Il doit suivre la ligne lumineuse sur le petit écran.

Comme si c’était une route, lui disent-ils, et au bout tu verras la Sicile. Leur grosse embarcation est elle aussi surchargée. Ils l’ont remplie en trois voyages de canot pneumatique depuis la plage. Le moteur est en surchauffe. Les Libyens ont conseillé de le laisser refroidir. Ils ont du s’arrêter trois fois au cours de la traversée. Les vagues déferlent par dessus le bateau dans un silence de mort.

Chaque fois que quelqu’un jette un sac en plastique à la mer, le cellophane est aspiré dans le circuit de refroidissement. Fakhri plonge couteau en main pour enlever le bouchon qui les aurait condamnés à la dérive. Il remonte en jurant. Il demande aux autres de faire attention. Ils ont assez d’eau et de provisions pour tout le monde. La sérénité regagne le bateau. Jusqu’au banc de sable de Scicli, en plein jour, à cinquante mètres de la plage de Sampieri. Le rafiot s’échoue. Fakhri plonge. Il a pied, l’eau lui arrive à la taille. Les autres se jettent à leur tour. Les vagues sont hautes. Ce n’est qu’un banc de sable. La mer autour est profonde.

Certains réussissent à rejoindre la plage tout seuls. Ils s’enfuient. L’un d’entre eux est renversé par un chauffard. Alberto Proietto, maître-nageur, et Carmelo Floridio, maréchal des logis, se ruent à leur secours, mais ne réussissent pas à tous les sauver. Treize jeunes Érythréens se noient sous leurs yeux. En première ligne de mer. Comme écrivait le journaliste Tiziano Terzani depuis le front cambodgien : tout en les sauvant, ils ont décidé qui devait vivre et qui mourir.

16 octobre 2013

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