“Donne e bambini trattati come pacchi” l’appello delle rifugiate eritree alla Boldrini

(Da La Repubblica, 22/04/2013)

In 45 scrivono una lettera alla presidente della Camera per chiedere aiuto. “Chiediamo un trattamento dignitoso. Vogliamo i nostri documenti”

di VLADIMIRO POLCHI
ROMA – “Basta essere trasferite come pacchi. Chiediamo un trattamento dignitoso. Vogliamo i nostri documenti e chiediamo di essere trattate come esseri umani e di essere libere di determinare le nostre vite”. Quarantacinque donne eritree, rifugiate politiche in Italia, prendono carta e penna per denunciare il proprio stato di abbandono: un’ulteriore testimonianza di come la cosiddetta “Emergenza Nord Africa” – dichiarata formalmente chiusa dal governo il 28 febbraio scorso – si ripercuota ancora sulla vita dei migranti che si trovano nei vari centri d’accoglienza. La loro lettera è indirizzata a Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati (ed ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

“Condizioni di vita indecenti”. “Siamo un gruppo di 45 donne eritree rifugiate politiche. Tra di noi ci sono anche 2 donne incinta e 4 bambini – scrivono le donne assistite dall’associazione InfoMigrante  – Siamo arrivate a Lampedusa ad agosto 2012, da lì siamo state trasferite in un centro di accoglienza a Tivoli, vicino Roma. La posizione del centro era completamente isolata dal centro abitato di Tivoli, mal collegata con Roma e strutturalmente inadatta ad assicurare condizioni di vita decenti: i muri perdevano continuamente acqua perché le condutture erano rotte, i termosifoni non funzionavano e c’erano solo 4 bagni chimici per un totale di 79 ospiti. C’era una mancanza di servizi: all’interno della struttura, nessun dottore è mai venuto a visitarci; per molto tempo non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di ricevere trattamenti medici nelle strutture esterne al centro perché, senza documenti, non potevamo chiedere la carta sanitaria; molto spesso gli operatori amministravano le medicine per le nostre malattie ma, ovviamente, non erano persone competenti a comprendere i nostri dolori e spesso davano a tutti noi le stesse medicine. Nonostante queste povere condizioni, siamo state in grado di assicurarci i diritti minimi: carta sanitaria e registrazione dei nostri figli a scuola, ma non un servizio di trasporto”.

Come “pacchi” da un centro all’altro. 
“A dicembre, senza alcun avvertimento, come se non avessimo il diritto di essere consapevoli delle nostre vite, la cooperativa ha deciso di metterci su un autobus e “spedirci” in un altro centro, quello dove siamo oggi, a Ponton dell’Elce, una frazione del comune di Anguillara, ancora più isolato e collegato male con il centro abitato e con Roma. All’inizio eravamo 110 persone di diverse nazionalità. Per arrivare alla fermata dell’autobus dobbiamo camminare per un’ora in una strada buia e senza marciapiede. Per la seconda volta siamo state costrette a subire lo stesso trattamento: lunghe attese per avere un dottore nel paese più vicino, mesi di attesa prima di raggiungere un accordo con la cooperativa per mandare a scuola i nostri figli, nessun servizio di trasporto per assicurare almeno una connessione con i servizi essenziali come scuole e ospedali. Una situazione molto difficile che è stata aggiunta al nostro stato di stress e alla nostra attesa preoccupata per l’intervista con la Commissione e per il risultato finale. Ancora una volta ci siamo organizzate da sole e, dopo aver fatto molte pressioni sulla cooperativa, abbiamo ottenuto l’assistenza medica e l’iscrizione dei nostri figli a scuola. Ma, come se non fosse abbastanza, a marzo la cooperativa ha deciso di farci partire di nuovo per tornare al centro di Tivoli, senza darci nessuna spiegazione”.

La protesta delle donne. “A quel punto alcune di noi hanno deciso di dire che era abbastanza e hanno rifiutato di essere trattate come “pacchi”, scegliendo di continuare a rimanere nel centro, nonostante l’opposizione della cooperativa. Dopo di questo, siamo state abbandonate a noi stesse, senza operatori e senza medicine. Nel centro abbiamo soltanto l’operatore che viene giornalmente a portarci il cibo. Oggi, per la terza volta, la cooperativa ci ha informato che lunedì (22 aprile) dovremmo lasciare il centro per essere trasferite ancora una volta a Tivoli. Nonostante il centro in cui viviamo non sia per niente un luogo degno e nonostante le condizioni non siano delle migliori, durante questi mesi siamo state capaci di costruire un’interazione con gli abitanti del paese e di costruire qualche tipo di relazione con il territorio. Inoltre, siamo sicure che le condizioni del centro di Tivoli non sono migliori. Vogliamo soltanto i nostri documenti e chiediamo solo di essere trattate come esseri umani e di essere libere di determinare le nostre vite. Chiediamo un trattamento dignitoso e di essere accolte in strutture che non si siano situate fuori dalla società”. Firmato: Rifugiate eritree di Anguillara.

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